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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Palazzo Berlaymont Di Andersen Pecorone - https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47704947

Vi è una questione che non può essere ignorata dai partiti che intendono partecipare alla prossima elezione europea: la mancanza di un governo democratico europeo. E' la causa principale della crisi dell'Unione Europea (EU). Una unione di stati e di cittadini non può prosperare, né sopravvivere, senza un governo. Poiché non ha un governo democratico, l'UE ha creato una "governance" che di fatto consente al Consiglio europeo, dunque ai governi nazionali, di esercitare poteri legislativi ed esecutivi, in dispregio dell'art. 15 del Trattato.

 

L'esorbitante privilegio del Consiglio europeo dipende dalla sopravvivenza del diritto di veto. Sulle questioni in cui si vota all'unanimità, il Parlamento europeo non può far valere la sua voce. Il deficit di democrazia europea ha provocato due gravi conseguenze: l'ascesa dei partiti nazionalisti e l'incapacità dell'UE di agire in politica estera.

In una recente conferenza, Jürgen Habermas ha denunciato con fermezza gli errori commessi dal Consiglio Europeo, in particolare da Germania e Francia, durante la crisi finanziaria nei confronti dei paesi più deboli, come la Grecia. "E' uno scandalo che nella costruzione incompiuta dell'Unione europea, alcune politiche draconiane abbiano inciso tanto profondamente sulla sicurezza sociale delle altre nazioni, almeno secondo i nostri parametri di democrazia ... l'euro è stato introdotto nell'aspettativa e con la promessa politica che i livelli di vita in tutti i paesi membri avrebbero dovuto convergere. In realtà è avvenuto l'opposto" (Social Europe, 22/10/2018). A ciò si aggiunge l'incapacità dell'Unione di agire nella politica mondiale: è assente non solo in Medio Oriente e in Africa, come dimostra il fallimento della politica per l'immigrazione, ma non occupa nemmeno il posto che le spetta nel FMI. Il declino del consenso al progetto europeo è dunque anche un effetto della rinuncia dell'Unione ad arginare il crescente disordine internazionale. La fine dell'Unione sovietica ha mostrato l'impossibilità degli USA di governare da sola un mondo in cui altre grandi potenze continentali, come la Cina o la Russia, non accettano un ruolo subordinato: il mondo unipolare non ha futuro; e un mondo multipolare genera anarchia internazionale, gravi crisi economico-finanziarie e guerre.

Tra le ipotesi per superare il deficit democratico è particolarmente interessante quella del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione del 2017, ha proposto che il prossimo Presidente della Commissione europea diventi anche presidente del Consiglio europeo. La proposta ha il merito di attirare l'attenzione sul fatto che un esecutivo, dunque un governo, deve ottenere il sostegno dei cittadini e del Parlamento europeo; un obiettivo ora possibile mediante la procedura dello Spitzenkandidat. Naturalmente, il Presidente del Consiglio, Donald Tusk si è subito opposto. Inoltre, il Presidente francese Macron si è addirittura dichiarato contrario alla procedura dello Spitzenkandidat, in aperta contraddizione con il suo piano per una Unione sovrana e democratica. Se le decisioni cruciali restano affidate al Consiglio europeo, un organo che il Parlamento europeo non può sfiduciare, l'Unione europea continuerà a restare incomprensibile - una burocrazia - ai cittadini europei. Perché andare a votare se non si sceglie un governo dell'Unione?

Nonostante questi problemi, i maggiori partiti europei hanno ormai scelto i loro Spitzenkandidaten: Il PPE ha proposto Manfred Weber; i S&D Frans Timmermans; i Verdi Ska Keller e Bas Eichout, mentre l'ALDE ha una pluralità di candidati. A questi, presto se ne aggiungerranno altri, compresi quelli dei partiti nazionalisti. Qui, ci interessa sottolineare che la prossima elezione europea sarà cruciale per il futuro dell'Unione. La maggioranza che si formerà nel Parlamento europeo avrà un potere reale nel condizionare le politiche e le riforme. E' vero che tutti i partiti europei hanno al loro interno una componente favorevole alla creazione di una federazione europea e una componente più moderata, dove prevale la strategia dei piccoli passi e l'opposizione a un governo democratico europeo. Ma alcuni sono più progressisti, altri più conservatori. E' dunque necessario che prevalga una chiara maggioranza progressista.

Esiste una linea di divisione tra partiti progressisti e partiti conservatori che riguarda i valori e le riforme che essi vogliono perseguire e realizzare. L'UE è una comunità politica sovranazionale che ha consentito di fornire ai cittadini europei almeno due beni pubblici europei fondamentali: il mercato interno e l'euro. Tuttavia, il maggior contributo è  consistito nella sua capacità "di traformare la gran parte dell'Europa da un continente di guerre a un continente di pace", come ha affermato il Comitato del Premio Nobel per la Pace del 2012. Si tratta, come ho sostenuto (Social Europe, 22/11/2018), di un bene pubblico non solo europeo, ma cosmopolitico, perché l'UE rappresenta un nuovo modello di civiltà che ogni continente può adottare. Opportunamente, Pascal Lamy e Jakob von Weizsäcker hanno indicato un preciso gruppo di beni pubblici che dovrebbe far parte del programma dei partiti europei. "Nell'anno appena trascorso, si è manifestato un consenso franco-tedesco sulla creazione di alcuni beni pubblici europei in sei campi d'azione: la gestione umanitaria dei rifugiati e la protezione delle frontiere esterne; una politica della sicurezza e della difesa; un partenariato di sviluppo con l'Africa; la transizione energetica e la lotta contro il cambiamento climatico; le infrastrutture paneuropee per lo sviluppo del mercato interno; e, infine, il controllo delle innovazioni e la trasformazione delle tecnologie digitali. Queste sei campi d'azione sono condivisi da molti altri stati membri" (Le Monde, 26/11/2018). Questa è la via per consolidare il progetto europeo di civiltà e farne l'obiettivo centrale della politica estera e della sicurezza europea.

Vi sono tre strategie che i partiti progressisti possono scegliere. La prime è di presentarsi alle elezioni europee in ordine sparso, ciascuno con un proprio Spitzenkandidat. E' la scelta che garantirebbe una vittoria sicura a Weber, il candidato del PPE, un partito che, appesantito dalla zavorra nazionalista di Orban e dei suoi amici, deve essere considerato un partito conservatore. Sarebbe una sconfitta per i partiti progressiti e per l'UE. La seconda alternativa è di presentare un candidato unico per una coalizione dei partiti progressisti, con un programma comune, al fine di raggiungere una massa critica, cioè un potenziale di voti chiaramente competitivo con il PPE. Gli elettori comprenderebbero che esiste una chiara volontà di vittoria da parte della coalizione progressista.

Consideriamo ora la terza strategia, l'asso nella manica per le forze progressiste. Per le prossime elezioni il modo migliore per scegliere un comune candidato che rappresenti la coalizione  è l'organzzazione di lezioni primarie nella primavera del 2019 in tutti gli stati memebri dell'Unione. Questa decisione toglierebbe alle forze nazionaliste ogni fondamento alla loro accusa di una EU burocratica e lontana dai cittadini e, probabilmente, aumenterebbe il tasso di partecipazione elettorale, in declino dal 1979. I cittadini di ogni paese dell'UE avrebbero la possibilità di scegliere il loro Spitzenkandidat preferito, di discutere con i candidati locali al Parlamento europeo del programma elettorale comune e di votare consapevolemente nell'elezione europea.

Una chiara vittoria delle forze progressiste mostrerebbe che l'Unione europea – avanguardia di un progetto di pace e di solidarietà per tutti i cittadini del mondo – può diventare una protagonista della politica internazionale e avviare le riforme della sua "governance", al fine di istituire un governo democratico europeo, respingere il nazionalismo e proteggere il benessere dei suoi cittadini.

Vi è una questione che non può essere ignorata dai partiti che intendono partecipare alla prossima elezione europea: la mancanza di un governo democratico europeo. E' la causa principale della crisi dell'Unione Europea (EU). Una unione di stati e di cittadini non può prosperare, né sopravvivere, senza un governo. Poiché non ha un governo democratico, l'UE ha creato una "governance" che di fatto consente al Consiglio europeo, dunque ai governi nazionali, di esercitare poteri legislativi ed esecutivi, in dispregio dell'art. 15 del Trattato. L'esorbitante privilegio del Consiglio europeo dipende dalla sopravvivenza del diritto di veto. Sulle questioni in cui si vota all'unanimità, il Parlamento europeo non può far valere la sua voce. Il deficit di democrazia europea ha provocato due gravi conseguenze: l'ascesa dei partiti nazionalisti e l'incapacità dell'UE di agire in politica estera.

In una recente conferenza, Jürgen Habermas ha denunciato con fermezza gli errori commessi dal Consiglio Europeo, in particolare da Germania e Francia, durante la crisi finanziaria nei confronti dei paesi più deboli, come la Grecia. "E' uno scandalo che nella costruzione incompiuta dell'Unione europea, alcune politiche draconiane abbiano inciso tanto profondamente sulla sicurezza sociale delle altre nazioni, almeno secondo i nostri parametri di democrazia ... l'euro è stato introdotto nell'aspettativa e con la promessa politica che i livelli di vita in tutti i paesi membri avrebbero dovuto convergere. In realtà è avvenuto l'opposto" (Social Europe, 22/10/2018). A ciò si aggiunge l'incapacità dell'Unione di agire nella politica mondiale: è assente non solo in Medio Oriente e in Africa, come dimostra il fallimento della politica per l'immigrazione, ma non occupa nemmeno il posto che le spetta nel FMI. Il declino del consenso al progetto europeo è dunque anche un effetto della rinuncia dell'Unione ad arginare il crescente disordine internazionale. La fine dell'Unione sovietica ha mostrato l'impossibilità degli USA di governare da sola un mondo in cui altre grandi potenze continentali, come la Cina o la Russia, non accettano un ruolo subordinato: il mondo unipolare non ha futuro; e un mondo multipolare genera anarchia internazionale, gravi crisi economico-finanziarie e guerre.

Tra le ipotesi per superare il deficit democratico è particolarmente interessante quella del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che, nel suo discorso sullo Stato dell'Unione del 2017, ha proposto che il prossimo Presidente della Commissione europea diventi anche presidente del Consiglio europeo. La proposta ha il merito di attirare l'attenzione sul fatto che un esecutivo, dunque un governo, deve ottenere il sostegno dei cittadini e del Parlamento europeo; un obiettivo ora possibile mediante la procedura dello Spitzenkandidat. Naturalmente, il Presidente del Consiglio, Donald Tusk si è subito opposto. Inoltre, il Presidente francese Macron si è addirittura dichiarato contrario alla procedura delloSpitzenkandidat, in aperta contraddizione con il suo piano per una Unione sovrana e democratica. Se le decisioni cruciali restano affidate al Consiglio europeo, un organo che il Parlamento europeo non può sfiduciare, l'Unione europea continuerà a restare incomprensibile - una burocrazia - ai cittadini europei. Perché andare a votare se non si sceglie un governo dell'Unione?

Nonostante questi problemi, i maggiori partiti europei hanno ormai scelto i loro Spitzenkandidaten: Il PPE ha proposto Manfred Weber; i S&D Frans Timmermans; i Verdi Ska Keller e Bas Eichout, mentre l'ALDE ha una pluralità di candidati. A questi, presto se ne aggiungerranno altri, compresi quelli dei partiti nazionalisti. Qui, ci interessa sottolineare che la prossima elezione europea sarà cruciale per il futuro dell'Unione. La maggioranza che si formerà nel Parlamento europeo avrà un potere reale nel condizionare le politiche e le riforme. E' vero che tutti i partiti europei hanno al loro interno una componente favorevole alla creazione di una federazione europea e una componente più moderata, dove prevale la strategia dei piccoli passi e l'opposizione a un governo democratico europeo. Ma alcuni sono più progressisti, altri più conservatori. E' dunque necessario che prevalga una chiara maggioranza progressista.

Esiste una linea di divisione tra partiti progressisti e partiti conservatori che riguarda i valori e le riforme che essi vogliono perseguire e realizzare. L'UE è una comunità politica sovranazionale che ha consentito di fornire ai cittadini europei almeno due beni pubblici europei fondamentali: il mercato interno e l'euro. Tuttavia, il maggior contributo è  consistito nella sua capacità "di traformare la gran parte dell'Europa da un continente di guerre a un continente di pace", come ha affermato il Comitato del Premio Nobel per la Pace del 2012. Si tratta, come ho sostenuto (Social Europe, 22/11/2018), di un bene pubblico non solo europeo, ma cosmopolitico, perché l'UE rappresenta un nuovo modello di civiltà che ogni continente può adottare. Opportunamente, Pascal Lamy e Jakob von Weizsäcker hanno indicato un preciso gruppo di beni pubblici che dovrebbe far parte del programma dei partiti europei. "Nell'anno appena trascorso, si è manifestato un consenso franco-tedesco sulla creazione di alcuni beni pubblici europei in sei campi d'azione: la gestione umanitaria dei rifugiati e la protezione delle frontiere esterne; una politica della sicurezza e della difesa; un partenariato di sviluppo con l'Africa; la transizione energetica e la lotta contro il cambiamento climatico; le infrastrutture paneuropee per lo sviluppo del mercato interno; e, infine, il controllo delle innovazioni e la trasformazione delle tecnologie digitali. Queste sei campi d'azione sono condivisi da molti altri stati membri" (Le Monde, 26/11/2018). Questa è la via per consolidare il progetto europeo di civiltà e farne l'obiettivo centrale della politica estera e della sicurezza europea.

Vi sono tre strategie che i partiti progressisti possono scegliere. La prime è di presentarsi alle elezioni europee in ordine sparso, ciascuno con un proprio Spitzenkandidat. E' la scelta che garantirebbe una vittoria sicura a Weber, il candidato del PPE, un partito che, appesantito dalla zavorra nazionalista di Orban e dei suoi amici, deve essere considerato un partito conservatore. Sarebbe una sconfitta per i partiti progressiti e per l'UE. La seconda alternativa è di presentare un candidato unico per una coalizione dei partiti progressisti, con un programma comune, al fine di raggiungere una massa critica, cioè un potenziale di voti chiaramente competitivo con il PPE. Gli elettori comprenderebbero che esiste una chiara volontà di vittoria da parte della coalizione progressista.

Consideriamo ora la terza strategia, l'asso nella manica per le forze progressiste. Per le prossime elezioni il modo migliore per scegliere un comune candidato che rappresenti la coalizione  è l'organzzazione di lezioni primarie nella primavera del 2019 in tutti gli stati memebri dell'Unione. Questa decisione toglierebbe alle forze nazionaliste ogni fondamento alla loro accusa di una EU burocratica e lontana dai cittadini e, probabilmente, aumenterebbe il tasso di partecipazione elettorale, in declino dal 1979. I cittadini di ogni paese dell'UE avrebbero la possibilità di scegliere il loroSpitzenkandidat preferito, di discutere con i candidati locali al Parlamento europeo del programma elettorale comune e di votare consapevolemente nell'elezione europea.

Una chiara vittoria delle forze progressiste mostrerebbe che l'Unione europea – avanguardia di un progetto di pace e di solidarietà per tutti i cittadini del mondo – può diventare una protagonista della politica internazionale e avviare le riforme della sua "governance", al fine di istituire un governo democratico europeo, respingere il nazionalismo e proteggere il benessere dei suoi cittadini.

Guido Montani è professore di International Political Economy all'Università di Pavia. Il suo ultimo libro è: Supranational Political Economy. The Globalisation of the State-Market Relationship, Routledge, 2019. Nel 1987 ha fondato a Ventotene l'Istituto di Studi Federlisti Altiero Spinelli; è stato Presidente del Movimento Federalista Europeo; è Membro onorario della Union of European Federalists.

Autore
Guido Montani
Author: Guido MontaniWebsite: https://sites.google.com/site/guidomontani23/
Bio
Guido Montani insegna International Political Economy nell’Università di Pavia. E’ stato Segretario Generale e Presidente del Movimento Federalista Europeo. E’ Membro Onorario della Unione Europea dei Federalisti (UEF). Ha fondato nel 1987, con un gruppo di amici, l’Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, di cui è stato Direttore. Tra le sue pubblicazioni: L’economia politica e il mercato mondiale, Laterza, 1996; Ecologia e Federalismo, Istituto Spinelli, Ventotene, 2004; L’economia politica dell’integrazione europea, UTET, 2008; con R. Fiorentini, The New Global Political Economy. From Crisis to Supranational Integration, Edward Elgar, 2012; con R. Fiorentini, The European Union and Supranational Political Economy, Routledge, 2015; From National to Supranational: A Paradigm Shift in Political Economy" in Iglesias-Rodrieguez P, Triandafyllidou A. and Gropas R. (eds), After the Financial Crisis. Shifting Legal, Economic and Political Paradigms, London, Palgrave, 2016.
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