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Europa in Movimento

| Verso un'Europa federale e solidale

Europa

La situazione creatasi con il Coronavirus richiede interventi eccezionali, che devono essere presi tempestivamente e seguendo un piano per superare l’emergenza sanitaria e rilanciare l’economia

1°) il finanziamento della spesa sanitaria straordinaria è assicurato dagli interventi della BCE che ha deciso di acquistare titoli per ulteriori 750 miliardi, assicurando liquidità al mercato, riducendo i tassi di interesse e frenando così la crescita dello spread. Le risorse create dalla BCE devono anche assicurare la sostenibilità sociale nel dopo-Coronavirus

Torre di Babele, dipinto di Pieter Bruegel del 1563

Il “progetto Spinelli”, approvato dal Parlamento europeo nel 1984, aveva fatto propria l’idea di Willy Brandt di attribuire alla nuova Unione competenze e strumenti per realizzare una politica della società (Gesellschaft politik) che, partendo dalla politica sociale, consentisse alla dimensione europea di garantire alle cittadine e ai cittadini beni pubblici che non potevano essere garantiti dagli Stati nazionali secondo una visione dinamica del principio di sussidiarietà.

Per il “progetto Spinelli”, le competenze europee nella politica della società dovevano essere concorrenti – e non condivise – rispetto a quelle degli Stati nazionali ispirandosi alla costituzione federale tedesca dove l’azione degli Stati federati è possibile solo laddove e fino a quando non è intervenuto il livello federale.

Copertina de Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti. Guida per i perplessi di Michele Ballerin

Estratto del libro Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti. Guida per i perplessi di Michele Ballerin, pubblicato nel 2019 per le edizioni Guida:

http://www.guidaeditori.it/gli-stati-uniti-d-europa-spiegati-a-tutti.html

CAP. I

STATI UNITI D’EUROPA: PERCHÉ?

Siamo qui per parlare di Europa e in modo specifico di integrazione europea, in una chiave molto particolare: quella federalista. Un tema piuttosto vasto, direi. Paurosamente complesso. Da dove proponi di cominciare?

Ti propongo di iniziare con una suggestione storiografica.Sei pronto?

Sentiamo.

Partirei da un’interpretazione non scontata del secolo che ci precede, il Novecento. Come sai, la grande maggioranza degli storici ne dà una lettura piuttosto cupa. Il Novecento è il “secolo breve”, farcito di guerre disastrose e totalitarismi di vario segno, con un culmine negativo assoluto nel nazifascismo e nel suo frutto più tragico, l’Olocausto. Su tutto si staglia quello che sarebbe il suo simbolo più appropriato: il fungo atomico di Hiroshima. Né tu né io (né nessun altro) potremmo negare che tutto questo sia successo. Ma io credo che se la nostra lettura del Novecento si fermasse qui sarebbe ancora riduttiva.

Sul sito di Radio3 è disponibile un breve ma significativo racconto dei primi vent’anni che Marina Lalovic ha trascorso lontano dal suo paese di origine, la Serbia, un’intesa narrazione del suo legame con l’Italia e con quella che fu la ex Jugoslavia. Prima ancora di ascoltare le cinque registrazioni, che nel complesso prendono poco più di un’ora ho deciso di scrivere una recensione del lavoro di Marina.
Anzitutto, chi è Marina? Marina vive in Italia dal 2000, in Italia è arrivata poco più che diciottenne, ha studiato ed ha intrapreso la carriera di giornalista. Gli anglofoni direbbero “she’s a Serbian born journalist.”
Altro quesito importante: perché io scrivo una recensione sul viaggio dalla Serbia all’Italia di Marina? Per due ragioni. La prima, forse quella più visibile ma forse per me meno densa di significati, anch’io a diciotto anni sono andato a tanti chilometri dalla casa dei miei genitori. La seconda, forse quella che più mi prende, è che io, che da sempre mi definisco italiano ed europeo, sento una grande attrazione per la Serbia, la Bosnia ed altri paesi dei Balcani occidentali dove si sono scritte, spesso in modo cruento e straziante, parti importanti della nostra storia.

Infografica della Campagna di informazione sull'Europa

Da ieri, dopo l’approvazione del Parlamento Europeo dell’accordo di recesso del Regno Unito dall'Unione europea, sembrano tutti tristi per la Brexit. Sono circolate su tutti canali social e sui giornali le immagini e i video degli eurodeputati che cantavano il Valzer delle candele ("Auld Lang Syne"), una tradizionale canzone scozzese che viene cantata nella notte di capodanno per dare addio al vecchio anno e in occasione dei congedi, delle separazioni e degli addii. Ed è stata ripresa da molti la frase del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli che parlava di un “arrivederci” non di un “addio”.

Forse però utile lasciare da parte i sentimentalismi e cercare di capire cosa significhi realmente la Brexit.

Da quando è entrata nella Comunità Europea la Gran Bretagna è stata il Paese in assoluto più euroscettico; è entrata per avere vantaggi economici e non per condividere responsabilità o un progetto; ha bocciato costantemente ogni tentativo di integrazione successiva; è rimasta fuori da tutti i progetti di integrazione propriamente sovranazionale. Non è un caso che una delle preoccupazioni principali anche degli analisti e dei commentatori sia stato e sia raccontare il "dramma" di rimanere fuori dai fondi Erasmus Plus e non è un caso che i principali argomenti sia dei fautori del Leave che del Remain nelle settimane precedenti il Referendum del 2016 fossero incentrati sul tema dei contributi che la GB versava a Bruxelles (per inciso contributi inferiori a quelli di tutti gli altri Stati membri in percentuale).

Quando vediamo che una coppia sta insieme solo per i soldi ci assale immediatamente una sensazione di tristezza e anche la relazione tra GB e UE è sempre stata molto triste.

Ad ogni modo, da domani la Brexit non sarà effettiva in tutto e per tutto. Gli europarlamentari inglesi non saranno più tali (dei 73 seggi britannici, 27 saranno ridistribuiti ad altri Paesi membri, e 46 saranno tenuti “in riserva” in vista dei futuri allargamenti) e questo certamente avrà un impatto consistente rispetto al peso politico dei vari gruppi, perché con i nuovi ingressi aumenterà il numero degli eurodeputati sovranisti.

In generale però per vedere i cambiamenti radicali di questo divorzio dovremo attendere ancora parecchio: domani infatti inizia solo un lungo e complicato periodo di transizione durante il quale la Gran Bretagna, nonostante la retorica della sovranità nazionale ritrovata, dovrà rispettare le norme Ue senza poter contribuire a definirle o modificarle. Del resto già da tempo, fortunatamente, in tutti i casi i cui si discutevano temi cruciali per l'Unione nel Consiglio la GB non partecipava ai lavori.

La questione sostanziale sta però nel domandarsi cosa sarebbe accaduto se la Brexit non fosse stata invocata. Se ripensiamo ai contenuti dell'accordo negoziato da Cameron con l'UE nel caso in cui il referendum del 2016 avesse avuto un esito diverso ci accorgiamo che di fatto la GB avrebbe bloccato per sempre qualsiasi possibile avanzamento nel progetto europeo. Viene da pensare che Nigel Farage e Boris Johnson, facendo campagna proBrexit fossero convinti di distruggere l'UE e invece l'hanno di fatto salvata, naturalmente non rendendosene conto.

La Brexit, cioè, per quanto sia doloroso e politicamente scorretto dirlo, è una grande opportunità per l’Unione: nel 2020 ci sarà la Conferenza sul Futuro dell'Europa e avere la compagine dei Paesi euroscettici guidata non più dal Regno di Sua Maestà ma verosimilmente dall'Ungheria di Orban, o magari dall’Olanda, renderà notevolmente più debole l'appeal delle loro proposte.

Per pensare di tenere davvero una luce accesa nel buio per la Scozia, dobbiamo prima seriamente rafforzare quella luce per noi, senza farci sfuggire l’opportunità della Conferenza sul futuro dell’Europa.

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