Europa
- Scritto da Salvatore Sinagra
28 Marzo, il presidente del Consiglio della Repubblica Italiana Giuseppe Conte dice che l’Unione Europea ha un appuntamento con la storia e la storia non aspetta. Si tratta di una frase che appare piena di retorica ma che fotografa bene il momento. Noi europei rischiamo di giocarci per molti decenni gli attuali livelli di benessere. Deve far riflettere che negli scorsi giorni l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha scritto sul Financial Times che servirà un massiccio intervento degli Stati che si tradurrà in una crescita dei debiti pubblici dei paesi europei, l’alternativa sarebbe infatti di gran lunga peggiore, poiché con grande probabilità molti paesi europei si troverebbero a perdere gran parte della loro capacità produttiva1.
Ma cerchiamo di ripercorrere tutti i passaggi del dibattito economico particolarmente acceso nelle recenti settimane. Erano i primi di marzo e l’epistemologo ed ex trader Nassim Taleb, famoso per la teoria del cigno nero, garantiva che il coronavirus non era un evento potenzialmente devastante per l’economia come una grande crisi. Taleb invitava l’Italia a prendere misure restrittive che sarebbero pesate sul PIL dell’anno in corso, ma debellata la pandemia l’economia sarebbe ripartita velocemente2. In quei giorni, aldilà delle posizioni di Taleb, era ricorrente la previsione che l’economia potesse avere un andamento a V, ovvero che ad un crollo anche notevole potesse seguire una rapida ripresa.
- Scritto da Alberto Majocchi
La situazione creatasi con il Coronavirus richiede interventi eccezionali, che devono essere presi tempestivamente e seguendo un piano per superare l’emergenza sanitaria e rilanciare l’economia
1°) il finanziamento della spesa sanitaria straordinaria è assicurato dagli interventi della BCE che ha deciso di acquistare titoli per ulteriori 750 miliardi, assicurando liquidità al mercato, riducendo i tassi di interesse e frenando così la crescita dello spread. Le risorse create dalla BCE devono anche assicurare la sostenibilità sociale nel dopo-Coronavirus
- Scritto da Pier-Virgilio Dastoli
Il “progetto Spinelli”, approvato dal Parlamento europeo nel 1984, aveva fatto propria l’idea di Willy Brandt di attribuire alla nuova Unione competenze e strumenti per realizzare una politica della società (Gesellschaft politik) che, partendo dalla politica sociale, consentisse alla dimensione europea di garantire alle cittadine e ai cittadini beni pubblici che non potevano essere garantiti dagli Stati nazionali secondo una visione dinamica del principio di sussidiarietà.
Per il “progetto Spinelli”, le competenze europee nella politica della società dovevano essere concorrenti – e non condivise – rispetto a quelle degli Stati nazionali ispirandosi alla costituzione federale tedesca dove l’azione degli Stati federati è possibile solo laddove e fino a quando non è intervenuto il livello federale.
- Scritto da Redazione
Estratto del libro Gli Stati Uniti d’Europa spiegati a tutti. Guida per i perplessi di Michele Ballerin, pubblicato nel 2019 per le edizioni Guida:
http://www.guidaeditori.it/gli-stati-uniti-d-europa-spiegati-a-tutti.html
CAP. I
STATI UNITI D’EUROPA: PERCHÉ?
Siamo qui per parlare di Europa e in modo specifico di integrazione europea, in una chiave molto particolare: quella federalista. Un tema piuttosto vasto, direi. Paurosamente complesso. Da dove proponi di cominciare?
Ti propongo di iniziare con una suggestione storiografica.Sei pronto?
Sentiamo.
Partirei da un’interpretazione non scontata del secolo che ci precede, il Novecento. Come sai, la grande maggioranza degli storici ne dà una lettura piuttosto cupa. Il Novecento è il “secolo breve”, farcito di guerre disastrose e totalitarismi di vario segno, con un culmine negativo assoluto nel nazifascismo e nel suo frutto più tragico, l’Olocausto. Su tutto si staglia quello che sarebbe il suo simbolo più appropriato: il fungo atomico di Hiroshima. Né tu né io (né nessun altro) potremmo negare che tutto questo sia successo. Ma io credo che se la nostra lettura del Novecento si fermasse qui sarebbe ancora riduttiva.
- Scritto da Salvatore Sinagra
Sul sito di Radio3 è disponibile un breve ma significativo racconto dei primi vent’anni che Marina Lalovic ha trascorso lontano dal suo paese di origine, la Serbia, un’intesa narrazione del suo legame con l’Italia e con quella che fu la ex Jugoslavia. Prima ancora di ascoltare le cinque registrazioni, che nel complesso prendono poco più di un’ora ho deciso di scrivere una recensione del lavoro di Marina.
Anzitutto, chi è Marina? Marina vive in Italia dal 2000, in Italia è arrivata poco più che diciottenne, ha studiato ed ha intrapreso la carriera di giornalista. Gli anglofoni direbbero “she’s a Serbian born journalist.”
Altro quesito importante: perché io scrivo una recensione sul viaggio dalla Serbia all’Italia di Marina? Per due ragioni. La prima, forse quella più visibile ma forse per me meno densa di significati, anch’io a diciotto anni sono andato a tanti chilometri dalla casa dei miei genitori. La seconda, forse quella che più mi prende, è che io, che da sempre mi definisco italiano ed europeo, sento una grande attrazione per la Serbia, la Bosnia ed altri paesi dei Balcani occidentali dove si sono scritte, spesso in modo cruento e straziante, parti importanti della nostra storia.















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