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Europa in Movimento

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La plenaria della COP 24

La COP 24 per il contrasto ai Cambiamenti Climatici (3-14 dicembre 2018) – che si è tenuta, in Polonia, a Katawice - ha coinvolto 200 Paesi con l’obiettivo di dare efficace attuazione allo storico Accordo sul Clima di Parigi (COP 21). La mobilitazione europea e globale sul clima (con rilevanti segnali anche da parte del mondo economico, accademico e della cultura) - che l'hanno preceduta ed accompagnata - sono stati incomparabilmente maggiori rispetto ai numeri mobilitati dai “gilets jaunes” francesi che, contrari (tra l'altro) alla tassazione dei combustibili fossili, hanno messo in secondo piano la necessaria lotta ai cambiamenti climatici, anche se questi comporteranno enormi costi quando i danni diventeranno irreparabili (entro 12 anni secondo l’Onu): in termini di picchi estremi di caldo, forti precipitazioni in alcuni periodi dell’anno, siccità e carenza di precipitazioni in alcune regioni, innalzamento medio globale del mare, profughi climatici, impatti sulla biodiversità, sulla salute e sicurezza umana, e sulla crescita economica.
Che una Conferenza in Polonia non sarebbe stata decisiva, viste anche le posizioni del governo attuale, nettamente pro-carbone, lo si sapeva. Così come si era consapevoli del contesto politico in cui ci si trova, con molti Governi esplicitamente negazionisti rispetto ai cambiamenti climatici o legati economicamente alle lobby delle fonti fossili.
Tuttavia, ci si aspettava, non solo un risultato tecnico, complesso ma condiviso, di definizione di regole concrete per la concreta attuazione dell'Accordo di Parigi, ma anche un rialzo entro il 2020 degli attuali impegni nazionali volontari di riduzione delle emissioni (impegni che la scienza ci conferma essere insufficienti) per contenere l'aumento della temperatura entro 1,5 gradi. Servono azioni concrete (pianificazione e investimenti per la decarbonizzazione di tutti i settori dell'economia) – sottolineano ambientalisti e sindacati - ma i governi non stanno agendo con la doverosa determinazione. Ci sono Governi che non hanno capito quanto sia grave la situazione, o fingono di non capirlo per difendere i propri interessi immediati, mentre è in pericolo il futuro di tutti.
Alla fine, la Conferenza si è conclusa con il “ Katowice Climate Package”. Di fatto, sono stati fatti solo progressi tecnici, impegnandosi a rivedersi il prossimo settembre per decisioni più stringenti rispetto al rialzo dei contributi nazionali di riduzione delle emissioni. Ci sono segnali di volontà di aumentare i target dei Paesi entro il 2020 (prima dell’entrata in vigore vera e propria dell’Accordo stesso) ancora, però, non siamo all’aggiornamento - al rialzo - degli impegni per affrontare l’emergenza climatica.
Ma procediamo con ordine... Come si è giunti alla COP 24? Perchè l'Unione europea vi ha svolto un ruolo abbastanza deludente? Cosa si è deciso? Sono questi alcuni dei quesiti principali cui tenterò – qui - di dare una risposta.

COME SI E' GIUNTI ALLA COP 24 - La lotta al cambiamento climatico ha assunto importanza a partire dagli anni ’70, parallelamente al crescente consenso all’interno della comunità scientifica sulla correlazione tra l’aumento delle emissioni di gas serra e il surriscaldamento del pianeta.

Una sua prima tappa fondamentale resta l’adozione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nation Framework Convention on Climate Change-UNFCCC) che - per la prima volta - prevede misure di riduzione delle emissioni, in particolare per i paesi industrializzati (principali responsabili delle emissioni) firmata a New York il 9 maggio 1992. Queste misure sono poi diventate obbligatorie grazie al Protocolo di Kyoto - mai ratificato dagli USA (l’alibi cui il Presidente Bush si è aggrappato è stata l’assenza di target vincolanti per i Paesi in via di sviluppo, ed emergenti) - con obblighi da cui Cina, India, Brasile e altre potenze emergenti, e in via di sviluppo, furono allora esclusi sulla base del principio dell’impegno differenziato secondo le diverse condizioni socio-economiche e di sviluppo. L’Organo istituito per definire le regole di implementazione del Protocollo di Kyoto e per monitorarne l’applicazione è la cosiddetta Conferenza delle parti (Cop) che si riunisce una volta l’anno.

Il Protocollo di Kyoto scadeva nel 2012. Da qui, poi, il successivo difficile negoziato sul suo futuro, in un mondo in pieno cambiamento, con nuove potenze economiche, e nuovi Paesi, emergenti...A differenza del Presidente Bush, B. Obama si è molto impegnato sulle questioni climatiche. E - insieme agli Europei e anche grazie a un suo accordo con la Cina - alla COP 21 ha reso possibile il varo dell'importante Accordo di Parigi, che Donald Trump (per la sua esaltazione di posizioni nazionaliste e unilaterali) ha successivamente rimesso in questione, segnando un ritorno degli USA a vecchie e pericolose posizioni negazioniste della crisi climatica, e le sue cause.

Così si è – poi - arrivati alla COP (3-14 dicembre 2018) che si è conclusa con l'approvazione del Paris Rulebook, ovvero, l'insieme di regole per l'implementazione dell'Accordo di Parigi: un miracolo, rispetto a quello che avrebbe potuto essere, ma un disastro rispetto a quello che avrebbe dovuto essere!
A Katowice, tra i temi più spinosi, c'erano finanza climatica, trasparenza, il Global Stocktake, la dibattuta inclusione del Rapporto dell’IPCC sulle conseguenze di un innalzamento della temperatura sopra l’1.5°C . Lo stallo politico e tecnico su varie tematiche - delle ultime settimane di negoziato - ha fatto temere un fallimento del tentativo di far funzionare il multilateralismo tra Stati.
Questo fallimento, alla fine, lo si è scongiurato, in particolare grazie alla pressione di Stati dell'Unione Europea e di Paesi in via di sviluppo più vulnerabili, e grazie al ruolo della Cina. Così, all'ultimo, è stato approvato un testo. Sono state trovato le regole per implementare l’Accordo di Parigi. E sono stati sbloccati altri fondi. Ma ci vorrebbero più ambizione e più velocità.

L'ULTIMO RAPPORTO IPCC - Il titolo completo dell’ultimo rapporto speciale sul Riscaldamento Globale di 1,5°C dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è questo: “Riscaldamento globale di 1,5°C, un rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5°C rispetto ai livelli del periodo pre-industriale e i relativi percorsi di emissioni di gas serra, in un contesto mirato a rafforzare la risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, allo sviluppo sostenibile, e agli sforzi per sconfiggere la povertà”. Il rapporto precisa che se gli sforzi di mitigazione si limitassero a quelli descritti nei contributi nazionali presentati da ogni paese (NDCs) ne conseguirebbe un riscaldamento di circa 2.7°C - e se le emissioni continuassero come in questo momento storico (dopo il periodo 2014-2017 le emissioni sono rimaste costanti e nel 2018 hanno ricominciato a crescere) - l’aumento di temperatura potrebbe aggirarsi intorno ai 4°C ed oltre.
Il rapporto riscontra che limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiederebbe “rapide e lungimiranti” transizioni in molti settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti, e pianificazione urbana.Le emissioni di CO2 nette globali prodotte dall’attività umana dovrebbero diminuire di circa il 45% rispetto i livelli del 2010 entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050. Questo vuol dire che ogni emissione rimanente dovrebbe essere bilanciata dalla rimozione di CO2 dall’atmosfera.
Il rapporto illustra anche una serie di vie da intraprendere per riuscire a mantenere l’aumento globale della temperatura sotto un grado e mezzo entro la fine del secolo. Un esempio per tutti? I territori che soffrono la siccità in estate, dovrebbero sfruttare al massimo le piogge che arrivano durante l’inverno, creando strutture per il Water Storage, cioè, accumulando l’acqua che può essere usata durante la stagione più secca. Si tratta sempre però di soluzioni di tamponamento. Se la temperatura si alzasse di troppo sarebbero comunque inutili.
Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C - , afferma il rapporto - richiede cambiamenti rapidi, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società. Per questo l'Accordo a Katowice avrebbe dovuto recepirlo, e contenere il surriscaldamento...

POSIZIONI E VISIONI EUROPEE - Dopo l’abbandono dell'Accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti di D. Trump - e in 'assenza dell'impegno ambientalista di B. Obama - l’Unione europea avrebbe dovuto e potuto svolgere un ruolo da leader, per alzare il livello dei colloqui, anche perché è ancora leader nelle tecnologie e nell’economia “verde”. Ma i governi europei non hanno dato prova di maggiore ambizione.
E la Commissione europea ha adottato un documento - piuttosto vago - di una Strategia di 0 emissioni nette al 2050.
Di conseguenza il ruolo della Unione europea è stato abbastanza deludente, a causa della divisione - e distrazione - di molti dei suoi Stati membri che hanno una grande responsabilità per il debole risultato della Cop24.
L’Italia ha sostenuto la Nota della Coalizione degli “ambiziosi” - “High Ambition Coalition” (una coalizione che comprende le Isole Marshall, Fiji, Etiopia, Unione Europea, Norvegia, Regno Unito, Canada, Nuova La Zelanda, Messico e Colombia) - ma l’incoerenza fra un posizionamento giusto a livello europeo e internazionale e le politiche interne resta un ostacolo a un’azione credibile, e di vera leadership: dai tagli al Ministero dell’Ambiente, alla riduzione dei target nazionali per le rinnovabili rispetto agli impegni europei, alla confusa ritirata sulle ecotasse, c’è poco da rivendicare da parte del governo del “cambiamento”.

Una settimana prima dell'inizio dei lavori, la Commissione europea ha presentato “Una visione strategica di lungo termine per un’economia prospera, moderna, competitiva e a impatto climatico zero entro il 2050 – Un pianeta pulito per tutti” - una visione di come l'UE potrebbe raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – che ha suscitato queste valutazioni “ambientaliste”: “Risposta inadeguata” (Legambiente), “Barlume di speranza. Una possibilità di evitare i peggiori impatti dei cambiamenti climatici” (Greenpeace), “Raggiungere le emissioni zero di carbonio più velocemente: entro il 2040” (Wwf) .
“Non è possibile vivere in sicurezza su un pianeta in cui il clima è fuori controllo - ha sottolineato da parte sua Maroš Šefčovič - Ma ciò non significa che per ridurre le emissioni dovremo ridurre anche il livello di vita degli europei. Negli ultimi anni abbiamo dimostrato come sia possibile ridurre le emissioni, creando al contempo ricchezza e nuovi posti di lavoro di qualità a livello locale e migliorando la qualità della vita dei cittadini. È inevitabile che l’Europa continui a trasformarsi. La nostra strategia dimostra ora che è realistico rendere l’Europa prospera e a impatto climatico zero entro il 2050, senza lasciare indietro nessun cittadino o regione europea”.
"L'UE – ha dichiarato Miguel Arias Cañete, Commissario responsabile per l'Azione per il clima e l'energia - ha già avviato la modernizzazione e la trasformazione necessarie per giungere a un'economia a impatto climatico zero. Ma oggi compiamo un ulteriore passo in avanti, presentando una strategia che dovrebbe rendere l'Europa la prima grande economia mondiale a impatto climatico zero entro il 2050. L'impatto climatico zero è necessario, possibile e nell'interesse dell'Europa. È necessario per conseguire gli obiettivi di lungo termine in materia di temperatura previsti dall'accordo di Parigi. È possibile grazie alle tecnologie attuali e a quelle di prossima diffusione. Ed è nell'interesse dell'Europa mettere fine alla spesa per le importazioni di combustibili fossili e investire per migliorare significativamente le condizioni di vita quotidiana degli europei. Nessun cittadino e nessuna regione europea devono essere lasciati indietro. L'UE garantirà il suo sostegno alle persone maggiormente colpite dalla transizione, in modo che tutti siano pronti ad adeguarsi alle nuove esigenze di un'economia a impatto climatico zero”.
"Tutti i modi di trasporto – ha dichiarato Violeta Bulc, Commissaria per i Trasport - dovrebbero contribuire alla decarbonizzazione del nostro sistema di mobilità, per conseguire l'obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. A tal fine è necessario un sistema con veicoli a basse o zero emissioni, un forte aumento della capacità della rete ferroviaria e un'organizzazione molto più efficiente del sistema dei trasporti basata sulla digitalizzazione; incentivi per modificare i comportamenti; combustibili alternativi e un'infrastruttura intelligente; e impegni assunti a livello globale, il tutto sostenuto da innovazione e investimenti".

La Commissione europea invita il Consiglio europeo, il Parlamento europeo, il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale a vagliare la visione dell'Unione per un'Europa a impatto climatico zero entro il 2050: per preparare i capi di Stato o di governo dell'UE a forgiare il futuro dell'Europa in occasione del Consiglio europeo del 9 maggio 2019 a Sibiu, i ministri di tutte le pertinenti formazioni del Consiglio dovrebbero tenere dibattiti approfonditi sul contributo che le rispettive aree strategiche apportano alla visione globale. La strategia di lungo termine è un invito rivolto a tutte le istituzioni dell'UE, ai parlamenti nazionali, alle imprese, alle organizzazioni non governative, alle città e alle comunità, così come ai singoli cittadini e, soprattutto ai giovani, affinché diano il loro contributo per garantire che l'UE possa continuare ad avere un ruolo guida in questo ambito, convincendo gli altri partner internazionali a fare lo stesso.

La visione della Commissione per un futuro a impatto climatico zero copre quasi tutte le politiche dell’UE ed è in linea con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento di temperatura ben al di sotto di 2°C da conseguire entro il 2050.... “La strategia evidenzia come l’Europa possa avere un ruolo guida per conseguire un impatto climatico zero, investendo in soluzioni tecnologiche realistiche, coinvolgendo i cittadini e armonizzando gli interventi in settori fondamentali, quali la politica industriale, la finanza o la ricerca — garantendo nel contempo equità sociale per una transizione giusta... Il fine della strategia di lungo termine non è quello di fissare obiettivi ma di creare una visione e una strada da percorrere attraverso una progettazione conseguente, ispirando – oltre che rendendoli capaci di agire – portatori di interessi, ricercatori, imprenditori e cittadini a sviluppare industrie nuove e innovative, imprese e posti di lavoro associati. Secondo la Commissione”.
Per la Commissione, “la strada verso un’economia a impatto climatico zero richiede di intervenire congiuntamente in sette ambiti strategici:

• efficienza energetica
• diffusione delle energie rinnovabili
• mobilità pulita, sicura e connessa
• competitività industriale e economia circolare
• infrastrutture e interconnessioni
• bioeconomia e pozzi naturali di assorbimento del carbonio
• cattura e stoccaggio del carbonio per ridurre le emissioni rimanenti”.
La Commissione focalizza anche tre opzioni quale base dei negoziati tra i governi per l’adozione, nei prossimi mesi, di una strategia climatica europea di lungo termine, in grado di tradurre in realtà l’Accordo di Parigi:
• la prima opzione prevede una riduzione delle emissioni entro il 2050 dell’80% utilizzando fonti ad energia rinnovabile e i meccanismi di carbon capture and storage
• la seconda una riduzione del 90% al 2050 con completa decarbonizzazione entro il 2070
• la terza prevede zero emissioni nette entro il 2050 con una riduzione delle emissioni del 95% ed il 5% di assorbimenti di carbonio (carbon removals) attraverso azioni agro-forestali.
La riduzione deve avvenire nel settore dei trasporti, nell’efficienza degli edifici e nell'industria. Ad oggi, il contributo (NDC) sottoscritto dall’Unione Europea non è ancora sufficiente per l’obiettivo dell’Accordo di Parigi : gli stati membri dovrebbero impegnarsi a fare di più.
A margine dei negoziati a porte chiuse, alla COP 24, si sono susseguiti numerosi eventi paralleli delle Delegazioni nazionali e della società civile.
Durante un incontro organizzato dall’UNFCCC - dedicato ai possibili scenari climatici e socioeconomici verso il 2050 - il Direttore generale della DG Clima della Commissione Europea, Mauro Petriccione, ha ribadito il salto in avanti dell’ambizione climatica continentale dopo la pubblicazione della Strategia europea di decarbonizzazione totale entro il 2050, che – nelle sue parole – non potrà tuttavia prescindere dall’applicazione di tecnologie di cattura e immagazzinamento del carbonio (Carbon capture and storage, CCS). Petriccione ha inoltre sottolineato l’importanza del settore automobilistico europeo (motore del settore manifatturiero continentale) e fra i protagonisti – nel bene e nel male – l'importanza delle politiche climatiche UE dei prossimi decenni. Durante lo stesso evento UNFCCC Quentin Deslot, della delegazione francese, ha ribadito i nuovi impegni sul clima di Parigi per come presentati nella seconda Strategia nazionale a lungo termine sul carbonio, tramite la quale i francesi puntano – come l’UE – ad una decarbonizzazione totale entro il 2050, tramite una riduzione del 75% delle emissioni climalteranti della propria economia. Le emissioni rimanenti, anche nel caso francese, vengono considerate da neutralizzarsi tramite l’applicazione di tecnologie CCS.

LE DECISIONI PRESE A KATOWICE - A questo punto sarà oranmai più che chiaro... Siamo confrontati a due sfide di fondo: il cambiamento climatico che avanza e ci costringe a fare i conti con eventi estremi sempre più frequenti costringemdo a pensare ad un’economia differente e circolare; e la difficoltà di negoziare tra Stati leader convinti di una transizione climatica necessaria e di grandi ambizioni, e Stati che si oppongono pensando di poter nascondere o rinviare il problema. Di conseguenza, in sintesi, la Conferenza delle Parti di Katowice si è conclusa con un Accordo che comprende sia aspetti positivi sia aspetti negativi.
Si è evitato il fallimento della struttura delineata dall’Accordo di Parigi, ma molte questioni rimangono aperte: prima su tutte come aumentare le ambizioni dei contributi definiti dalle Parti.
Circa la finanza climatica, è stato riconfermato l’impegno a favore del raggiungimento dei 100 miliardi all’anno accordati nell’Accordo di Parigi; e si è inoltre stabilito che i Paesi sviluppati dovrebbero comunicare ogni due anni la disponibilità di fondi che mettono a disposizione dei paesi in via di sviluppo, così da garantire la prevedibilità della disponibilità finanziare per questi paesi. Circa la trasparenza, sono state definite regole comuni per tutti gli Stati, ma flessibili: se un Paese in via di sviluppo non pensa di riuscire a raggiungere gli standard richiesti lo potrà dichiarare e chiedere un sostegno per aumentare le sue capacità tecniche in quella direzione. Riguardo il Global Stocktake, il testo finale riconosce che questo dovrà essere basato sul principio di equità - di cui però non si ha una definizione condivisa - e sulla migliore scienza disponibile. Per quanto riguarda l'inclusione del Rapporto dell’IPCC sulle conseguenze di un innalzamento della temperatura sopra l’1.5°C, è stato raggiunto un compromesso: il testo del Rulebook richiede agli specialisti del SBSTA di riconsiderare il rapporto durante la loro prossima sessione negoziale prevista per giugno 2019.
Ciò detto - nonostante queste note positive - il Katowice Climate Package rimane un testo che delude le aspettative. Avrebbe dovuto includere un sistema di incentivi alle Parti per portare ad un aumento delle loro ambizioni riguardo i Contributi Nazionali Volontari (NDCs), cosa che non e’ avvenuta: i contributi finora presentati, non riusciranno a soddisfare l’obiettivo generale dell’Accordo di Parigi, e porteranno ad un aumento del riscaldamento globale al di sopra dei 3° C; per rimanere entro il grado e mezzo sarà necesaria una maggiore ambizione. Alcuni principi raggiunti all’interno dell’Accordo di Parigi sono stati ridimensionati o comunque limitati in secondo piano: nel testo approvato a Katowice, non sono presenti né riferimenti ai diritti umani, né riferimenti all’equità intergenerazionale o ai giovani. Nonostante la stragrande maggioranza della comunità internazionale riconosca che i cambiamenti climatici provocano diffuse violazioni dei diritti delle persone, la resistenza dei negoziatori di alcuni Stati nell’includere tali principi in ambito climatico e ambientale resta molto forte. Inoltre la discussione sui meccanismi di mercato per limitare le emissioni è stata rimandata alla prossima Conferenza delle Parti, dato che ogni proposta di rendicontazione per assicurare l’assenza di addizionalità delle emissioni e di doppio conteggio è stata rifiutata dal Brasile.
Ci si renderà conto – in tempi utili – che il clima non rispetta i tempi della diplomazia e dell’indecisione, e tanto meno quelli dei negazionisti?

Autore
Silvana Paruolo
Author: Silvana ParuoloWebsite: https:/appuntamentieuropei.wordpress.com
Bio
L'autore - Silvana Paruolo – dopo 8 anni a Parigi, di cui circa due in veste di Funzionario Internazionale all'Assemblea parlamentare dell'Unione dell'EuropaOccidentale (UEO) – vive a Roma e lavora,tuttora, presso l'Area politiche europee e internazionali della Cgil nazionale. Come autrice, ha scritto due libri : 2020: la nuova Unione europea L'Ue tra allargamento e vicinato, crisi, verticite, vecchie e nuove strategie Ed. LULU 2010 e Introduzione all'Unione europea Oltre la sfida del 2014 Ed. Il mio libro - Feltrinelli 2014. Nel 1989, ha scritto Mercato Unico e integrazione europea, ricerca pubblicata - come Dossier Europa Parte (Prima - e Parte seconda) - dalle Edizioni Ediesse (1989) per conto della CGIL. Ha anche scritto capitoli in libri con più autori quali - ad esempio - ”Ma …la legge e i diritti (quale legge e quali diritti?) sono uguali per tutti? (Gli strumenti di soft-law – Le Linee guida dello “Strategic framework on human rights” UE e il suo Piano di azione” in La famiglia omogenitoriale in Europa – Diritti di cittadinanza e libera circolazione – volume a cura di G. Toniollo e A. Schulster, ed. Ediesse (maggio 2015). Come giornalista pubblicista, ha collaborato, e collabora, con più testate: Affari sociali internazionali, L'Italia e l'Europa, Finanza Italiana, Comuni d'Europa, quaderni di Rassegna Sindacale, Tempo Libero, Il Giornale dei Comuni, ecc. Ha svolto (svolge) docenze sporadiche - in Italia - in corsi per giornalisti e in corsi della Scuola superiore degli interni; e - a Parigi - all'Ecole nationale d'Admnistration (ENA). Appena rientrata da Parigi, ha svolto consulenze - ricerche – e lavori di coordinamento per Enea, Ecoter e Eni. Attiva su Facebook e Twitter ha questo blog: https:/appuntamentieuropei.wordpress.com
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