Stragi americane. La Costituzione, le lobby, la politica
- Scritto da Salvatore Sinagra
Domenica un cittadino americano di origini afghane è entrato in un locale gay con un'arma d'assalto uccidendo 50 persone e ferendone 54. L'assassino aveva più volte espresso simpatie per i terroristi islamici. L'ISIS ha rivendicato l'attentato. L'ultimo massacro è stato compiuto poche ore dopo l'omicidio di una star della musica poco più che ventenne e pochi mesi dopo la strage di San Bernardino in cui due coniugi di origini pakistane uccisero 14 persone e ne ferirono 17.
L'accaduto è diventato subito tema di campagna elettorale con Donald Trump che ha nuovamente rilanciato l'idea di vietare ai musulmani l'ingresso nel paese ed ha nuovamente accusato l'establishment di esercitare una leadership troppo debole. Hillary Clinton da parte sua ha ribadito di non voler negare l'esistenza del terrorismo islamico ma ha anche detto che negli Stati Uniti bisogna cambiare la legge sulla circolazione delle armi.
L'integrazione europea oltre l'alternativa “Brexit or Bremain”
- Scritto da Giuseppe Allegri
In queste brevi note si prova a interrogare l'attuale stallo dell'integrazione continentale evitando di cedere alle “retoriche”, tra l'apocalittico e lo sciovinismo, che attraversano l'opinione pubblica europea a una settimana dal referendum britannico del prossimo 23 giugno.
1. La Gran Bretagna: «qualcosa di assolutamente unico»
Nella sua enciclopedica Storia d'Europa Norman Davies ci ricorda che, in un celebre dibattito di metà anni Ottanta del Novecento intorno alla possibile definizione di una “storia europea”, «uno studioso ungherese indicò l'eccentrica abitudine britannica di distinguere la storia “europea” da quella “britannica”. Secondo questa distinzione “europeo” vuol dire “continentale”, mentre la Gran Bretagna appare come qualcosa di assolutamente unico»(1).
Sunday Brexit Sunday
- Scritto da Mario Leone
Una domenica di “festa” a Londra. Lungo The mall si snoda il corteo con la Regina Elisabetta protagonista del proprio 90° compleanno. Dopo aver respirato l'aria che tira in Trafalgar square, pausa caffè obbligata. Provo a riprendere fiato in una library moderna, dove accanto ai libri ci si può concedere un sandwich. Nel girarmi intorno, fatta eccezione per masse di persone incasellabili nella categoria "turisti", l'occhio indaga nella speranza di cogliere qualche sintomo del grande peso che la Gran Bretagna sta per accollarsi rispetto al proprio futuro con il "leave" o in "remain" che i 50 milioni di sudditi di Sua Maestà esprimeranno tra pochi giorni. Noto molta attenzione a quello che resta della corona britannica, una grande schermo montato per assistere alla celebrazione, ma neanche l'ombra di interesse per la prossima epocale scelta o quasi.
Nella piazza, pur sepolta dalle panche predisposte per il Patronal's lunch, si aggira una signora, sedia a rotelle, ben vestita, sul simil classico-aristocratica, con “dame di cortesia” al seguito, mostra fiera un cartello "Vote Leave", palloncini e bandiere al seguito con rigorosi blu, rosso e bianco a completare l'operazione nostalgia canaglia. Il messaggio va ben oltre il macchiettistico “candore” britannico. Tanti richiami visivi che fanno di una tenera madame un balzello da pagare alla libertà britannica.
“Remain” o “Leave”, tra euroscetticismo e unità dell’Europa
- Scritto da Mario Leone
Nel Paese delle “scommesse” il 23 giugno si giocherà una grande partita. Non parliamo di Europei di calcio, ma sempre di una “competizione” che può riservare delle sorprese più o meno gradevoli. Non siamo ai livelli del Leicester di Claudio Ranieri laureatosi campione d'Inghilterra, anche se i bookmakers lo davano a inizio stagione calcistica a 5.000 contro uno. Siamo comunque in Gran Bretagna, il Paese liberale per eccellenza, ma anche conservatore.
Referendum UK. Le origini, i contendenti, i rischi
- Scritto da Salvatore Sinagra
1. Il contesto
Il prossimo 23 giugno i cittadini di sua maestà saranno chiamati a decidere circa la permanenza nell'Unione. Si voterà si per rimanere e no per lasciare l'Unione.
Il referendum britannico è sicuramente figlio del debole stato di salute dell'Unione: i dubbi sul futuro dell'euro e l'incapacità dei leader europei di dare risposte concrete alla crescente insicurezza economica e di altro tipo dei cittadini non potevano non avere ripercussioni in quei paesi in cui l'adesione al progetto europeo non è mai stata particolarmente solida.
Non è un caso che non solo in Gran Bretagna, ma anche in altri paesi come Polonia, Austria e Danimarca, che hanno sempre avuto una membership UE tormentata, l'opinione pubblica è sempre più preda di sentimenti euroscettici e le leadership locali sono sempre più tentate di combattere il populismo con il populismo.
















Europa in Movimento | Developed by