Londra Bruxelles: Quando ci sara' un po' di chiarezza?
Durante la campagna elettorale per le ultime europee stavo facendo una presentazione e un amico che io pensavo fosse euroscettico quando accennai alla possibile uscita della Gran Bretagna dall'Unione mi interruppe dicendo: ma siamo sicuri che Londra debba decidere se uscire? Forse deve decidere se entrare. Il rapporto tra le due parti della Manica e' sempre stato drammaticamente poco chiaro.
Diceva Charles De Gaulle che gli inglesi dovevano rimanere fuori dalla casa comune europea perché erano troppo "disomogenei" rispetto agli altri europei e se fossero entrati avrebbero di continuo usato l'arma del ricatto per ottenere sempre di più e dare sempre di meno. Certe dichiarazioni di Boris Johnson fanno riflettere, un conservatore, militarista e nazionalista nato nell'ottocento, padre di uno dei più noti sabotaggi della storia dell'integrazione europea, la politica della sedia vuota, e' forse stato il più grande profeta del cammino comune degli europei.
Chissà cosa penserebbe il generale oggi? Sarebbe ancora un nazionalista o accetterebbe l'evidenza che nella globalizzazione i francesi possono esercitare un po' di sovranità solo insieme agli altri europei?
Un voto federalista in un referendum sulla forma istituzionale dell’Ue
* L’Ue dovrebbe adottare misure eccezionali per ridurre la disoccupazione e per contenere le crisi migratorie e politiche ai suoi confini. Una finestra temporale di 2 o 3 anni potrebbe bastare, per poi dare la parola ai cittadini.
Il 23 giugno i cittadini del Regno Unito hanno deciso con un referendum la probabile uscita del loro Paese dall’Ue. Allo sfortunato popolo britannico è stato posto un quesito che suona come un dilemma cinematografico o da gioco a premi «dentro o fuori», «noi o loro», «prendere o lasciare». Ma non é necessario che ogni referendum futuro sulla Ue sia così. Possiamo immaginare quesiti migliori: più stimolanti per i cittadini perché più ricchi di contenuto; più rispettosi della complessità dei problemi e quindi più utili alle istituzioni che dovranno poi dare un seguito al responso popolare.
Ripensare l’Europa oltre Brexit
In un certo senso ce lo si poteva aspettare. Il Regno Unito ha sempre mantenuto nei confronti dell’unione europea una scettica distanza, accostandosi e aderendo alla CEE (come allora si chiamava l’antenata dell’UE) quando non ha proprio potuto farne a meno. E anche allora i suoi governi hanno spacciato l’entrata nella CEE come non più che un’adesione a un’area di libero scambio a integrazione negativa e hanno usato ogni mezzo (compreso l’allargamento) per bloccare, ritardare, diluire o pervertire qualsiasi evoluzione verso una maggiore unione politica e sociale. Un tale ruolo peraltro non è dispiaciuto a pezzi rilevanti dell’establishment europeo, incluso l’italiano, quelli pronti a dichiarare che “non può esserci Europa senza l’Inghilterra” e hanno favorito generosi opt-out e concessioni al Regno Unito che potevano pure apparire di facciata, come quelle accordate qualche mese fa proprio per scongiurare Brexit, ma che hanno finito per indebolire ulteriormente i contenuti e la credibilità del progetto europeo.
L'Europa prigioniera dei suoi mali
Non è ancora il colpo di grazia, ma sicuramente il voto che ha deciso l'uscita del Regno Unito è una tappa decisiva verso la dissoluzione dell'Unione Europea. Un esito irreversibile che mette all'ordine del giorno la sua ricostruzione su basi completamente nuove: una sua "rifondazione". Perché è chiaro che in un mondo globalizzato non c'è alcuno spazio per l'autonomia politica delle piccole nazioni. La politica, che per noi è lotta e conflitto sociale, o si sviluppa in un orizzonte per lo meno europeo, o è condannata comunque alla sconfitta.
Good bye UK: ripartiamo da Spinelli e il Manifesto di Ventotene
Il risultato del referendum britannico è inequivoco: la maggioranza dei britannici vuole uscire da quest'Unione europea.
A partire da oggi devono essere percorse due strade parallele, politicamente e istituzionalmente distanti l'una dall'altra.
La prima strada è quella indicata dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea: il recesso del Regno Unito è senza condizioni dall'una e dall'altra parte.
Cosi come con gli altri paesi vicini che non sono candidati all'adesione, l'Unione deve stabilire con il Regno Unito "relazioni strette e pacifiche" fondate sui suoi valori (rispetto della dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti dell'Uomo ivi compresi quelli delle minoranze).















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